(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

Integrità: la certezza nei riferimenti

Reputazione, affidabilità e credibilità

da Massimo Tammaro, Sogno, dunque rischio, 2019, Historica, pp. 87 e segg.

Luglio 2009. Giorno di pausa per i piloti delle Frecce Tricolori. Sono a Lignano Sabbiadoro. Alloggio all’Hotel American. Ho fatto una passeggiata lungo la spiaggia e una bella nuotata. Cerco di rilassarmi. Sono rientrato in albergo e sto leggendo con piacere l’ultimo numero della rivista “Art Monthly”. L’articolo tratta di alcuni pittori inglesi contemporanei che trovo molto interessanti. La passione per la pittura è sempre più forte e sta diventando qualcosa di molto importante per me.

Squilla la suoneria del cellulare di servizio. Rispondo. Dall’altra parte riconosco l’inconfondibile Ignazio La Russa, il Ministro della Difesa.

«Comandante Tammaro, sono il ministro La Russa. Come sta?»

«Bene, signor Ministro. Mi dica.»

«La chiamo per informarla che il nostro Governo ritiene utile che le Frecce Tricolori si esibiscano in Libia. Non le nascondo l’importanza dell’ avvenimento. Il colonnello Muammar Gheddafi celebrerà il quarantesimo anniversario della sua salita al potere il primo settembre. La presenza della nostra Pattuglia Acrobatica Nazionale rappresenterà un gesto di grande amicizia da parte del nostro popolo verso il popolo libico… pensa di poter organizzare la missione in tempo utile?»

Il messaggio è chiaro. L’ho ascoltato con attenzione. Ascoltare davvero è fondamentale. La missione va fatta.

Prendo il tempo necessario a effettuare i dovuti e indispensabili passaggi istituzionali.

Subito dopo aver concluso a telefonata con il Ministro La Russa, contatto immediatamente il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, il generale Daniele Tei e lo metto al corrente della richiesta del Governo, quindi telefono a Marco Lant, il leader delle Frecce Tricolori.

L’Aeronautica Militare Italiana è disponibile a effettuare la missione. Nessun problema. Le Frecce Tricolori sono sempre pronte a rappresentare l’Italia in qualsiasi parte del mondo. Noi siamo il biglietto da visita del popolo italiano e, quindi, del suo Governo.

Esco dall’Hotel American. Ho bisogno di fare una passeggiata. Ho dentro una strana sensazione di disagio. Sono consapevole che si tratta di una situazione molto delicata.

Ci dormo sopra e la mattina, dopo aver convocato teletonicamente i componenti della pattuglia per il pomeriggio, parto per la base di Rivolto.

Accendo la radio. Passano un paio di hit estive. Poi trasmettono il Radiogiornale Rai 2. È già polemica.

La notizia della presenza della nostra pattuglia acrobatica in Libia si è già diffusa ed è diventata, in breve, un casus belli politico.

Governo e opposizioni si fronteggiano sulla questione. Nei giorni seguenti si fa molto rumore mediatico. Trasmissioni televisive, articoli, dichiarazioni in Parlamento.

lo tento di creare un cerchio di silenzio attorno ai miei ragazzi. Dobbiamo restare sereni e concentrati. È una cosa che sappiamo fare bene. È una cosa che dobbiamo continuare a fare anche in mezzo al rumore che ci circonda.

Organizzo rapidamente e invio un nostro team tecnico in Libia, coordinato dal capitano Simone Cavelli e dal colonnello Andrea Bolzicco, per effettuare le Indispensabili ricognizioni e per un rigoroso controlo globale, anche logistico, della situazione negli aeroporti militari dedicati all’evento nel paese atricano, questo per rilevare, ictu oculi, l’effettiva presenza delle indispensabili condizioni di sicurezza richieste dalle Frecce Tricolori per esibirsi.

II Ministro della Difesa lgnazio La Russa mi chiama sul cellulare. lo sono a Rivolto. Abbiamo finito da poco una sessione di prove. Fa caldo. Ho il sudore mi cola lungo la schiena e sulle tempie. Ascolto ancora una volta con attenzione. II Ministro mi comunica che la nostra esibizione è contermata e prevede, per il giorno primo settembre, un sorvolo sul lungomare di Tripoli e un sorvolo sulla parata che celebra il quarantennale di Gheddafi. Ne prendo atto e lo riferisco, subito dopo, durante un briefing, ai miei “soci” delle Frecce.

Torno nei miei alloggi, faccio una doccia lunga, cercando di rilassarmi. Dopo accendo la televisione. Parlano della nostra esibizione a Tripoli. Le polemiche non si placano.

II Ministro della Difesa, intervistato da una giornalista, ribadisce più volte di aver dato un “assenso tecnico” per l’esibizione delle Frecce Tricolori e sottolinea che, ove insorgessero problematiche di natura politica, sarebbe interessata la Presidenza del Consiglio e il Ministero degli Esteri. La Pattuglia Acrobatica Nazionale è la migliore al mondo e rappresenta il made in Italy in maniera straordinaria. Cosa ci sarebbe di male a mandarla a Tripoli? Specialmente se l’esibizione diventasse uno strumento per raftorzare i rapporti di pace tra i due popoli.

Dopo il Ministro viene intervistato un economista con dei grossi occhiali scuri. L’esperto sottolinea che la questione non è da poco nemmeno sotto il profilo economico e della sicurezza internazionale. Infatti tra il governo italiano e quelo libico, soltanto l’anno prima, è stato sottoscritto il “Trattato di amicizia e cooperazione”, un trattato che prevede l’investimento da parte dell’Italia di circa quattro miliardi di euro sul territorio del paese nordafricano, con coinvolgimento di banche, di aziende, dell’Eni e dell’Enel, avendone in cambio una collaborazione sul fronte della lotta al terrorismo e sul controllo dell’emigrazione clandestina.

Spengo la televisione. Mi chiamano di nuovo sul cellulare. È il capitano Simone Cavelli, uno dei responsabili del team che ho mandato in Libia.

«Capo, devo vederti subito. Dobbiamo parlare di persona.»
«Problemi?»
«Problemi.»
Problemi. Non da poco.

Il capitano Simone Cavelli e il colonnello Andrea Bolzicco, visibilmente preoccupati, si presentano nel mio ufficio e mi riferiscono di essere stati più volte avvicinati da emissari del governo libico che gli hanno comunicato il fatto che il colonnello Muammar Gheddafi “desidera” che gli aerei delle Frecce Tricolori effettuino la loro esibizione lasciandosi alle spalle fumo solo di colore verde, come la bandiera libica.

Congedo i due collaboratori senza lasciare trapelare 1a mia preoccupazione. Mi siedo. Cerco di rilassarmi. Faccio tabula rasa dei miei pensieri. Attendo qualche ninuto. Faccio un bel respiro e telefono al Ministro Ignazio La Russa. Il volere del Governo è netto. Si vola coi fumi tricolori.

Fine luglio. Le Frecce sono atterrate all’aeroporto militare di Mitiga, a circa cinque chilometri da Tripoli.

In Libia la temperatura è infuocata. Siamo attesi. Sono atteso. Quando entro nell’hangar di nostra pertinenza mi si avvicina un tenente colonnello. L’ufficiale libico è un uomo alto, dal fisico massiccio, con capelli scuri e folti. Parla un inglese oxfordiano. Nasconde lo sguardo dietro un paio di occhiali da sole con le lenti a specchio. Senza tanti fronzoli mi comunica che Gheddafi in persona chiede formalmente l’utilizzo di fumogeni esclusivamente di colore verde durante l’esibizione delle Frecce. Gli sorrido. Sono consapevole che si tratta del primo atto di un braccio di ferro, che coinvolgerà anche il project officer della missione Fabio Martin, durante il quale dovrò mantenere i nervi ben saldi. Sono forte delle mie convinzioni, che ho già comunicato al Ministro Ignazio La Russa nel corso del nostro ultimo colloquio telefonico. Convinzioni che La Russa ha condiviso. Sono consapevole del mio ruolo come espressione del Governo italiano.

«Tenente colonnello, siamo italiani, siamo le Frecce Tricolori,siamo orgogliosi di essere qui e di poter portare e donare al popolo libico la cosa più bella alla quale teniamo: la nostra bandiera tricolore» gli rispondo secco.

L’ufficiale dell’Esercito Libico fa una faccia contrariata. Probabilmente non gli è mai capitato di ricevere un diniego dopo aver fatto cenno ai desiderata di Muammar Gheddati. MI saluta bruscamente, senza controbattere, facendomi il saluto militare, poi se ne va allontanandosi velocemente.

Io e i miei “soci” della pattuglia alloggiamo in una nave trastormata in albergo, ormeggiata in uno dei moli del porto di Tripoli.

La mia cabina ha un grosso oblo da cui vedo un incrociatore della marina libica. A poppa della nave militare un vento teso di scirocco fa sventolare la bandiera completamente verde della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, lo stato sorto in Libia dopo il golpe del 1969. Sembra messa li apposta, considero. Sorrido tra me e me.

Mi preparo per andare a cena. Squilla il mio cellulare di servizio. Rispondo. E il tenente colonnello dell’ Esercito Libico, quello che poche ore fa mi ha dato il benvenuto all’aeroporto di Mitiga. Si qualifica e, questa volta, sottolinea di essere anche un parente di Muammar Gheddafi. Trovo la precisa- zione molto sgradevole. Lo ascolto fino a che non ha terminato di parlare. Noto che ha usato le stesse identiche parole pronunciate durante il nostro primo incontro. Trovo la situazione surreale. Faccio lo stesso.

«Tenente colonnello, siamo italiani, siamo le Frecce Tricolori, siamo orgogliosi di essere qui e di poter portare e donare al popolo libico la cosa più bella alla quale teniamo: la nostra bandiera tricolore» gli ripeto.

Il tenente colonnello libico mi attacca il telefono senza dire altro. Scortese. Fa parte della sua tattica di Comunicazione. Muro contro muro.

Esco dalla cabina e vado a cenare con gli altri membri della pattuglia.

La tenda da campo è grande. L’interno è completamente tappezzato di tessuto rosso scuro. È in corso un briefing di coordinamento con i militari libici. Faccio le mie richieste per le prove di volo che dovremo effettuare. Loro ascoltano, prendono appunti. Hanne le facce scure. Io e i miei soci sorridiamo, mostriamo serenità. So che ci sono state analoghe riunioni con le altre pattuglie acrobatiche che si esibiranno oltre alla nostra.

Arriva un funzionario del governo libico, vestito con un abito grigio scuro con il tessuto leggermente lucido. È un uomo sui quaranta, secco come un chiodo, con uno sguardo freddo. Mi chiede di parlare in privato con lui. Mi invita a uscire dalla tenda. Fuori la temperatura è rovente.

Il funzionario tira fuori un pacchetto di Marlboro. Me ne offre una. Rifiuto con gentilezza. Lui s’accende una sigaretta con un vistoso accendino d’oro. Poi fa qualche commento sulle celebrazioni. Parla lentamente, senza mai cambiare il tono della voce.

«Tripoli è in festa. La Libia è in festa. Celebriamo Al Fatah, la conquista, comandante Tammaro» mi dice in un italiano corretto: «ll colonnello Muammar Gheddafi vuole che questa festa nazionale sia straordinaria. II mondo sta guardando la Libia. Voi sorvolerete il nostro paese in un’occasione di pace, dopo che in passato i vostri piloti sono venuti fin qui per bombardare Tripoli» il funzionario fa una pausa, aspira una lunga boccata di fumo, la espira, riprende a parlare: «ll fumo verde delle vostre Frecce sarà il riconoscimento che dovete al popolo libico».

Fisso il funzionario dritto in faccia. Penso di avere anch’io uno sguardo freddo, adesso.

«Le Frecce si alzeranno in volo a condizione di poter concludere la performance con i colori della nostra bandiera» gli dico in italiano. «Questo è tutto» concludo, gli stringo la mano e mi dirigo verso la tenda. Mentre percorro i pochi metri che mi separano dall’ingresso mi sento il suo sguardo addosso.

Le frecce sono pronte al decollo. Siamo in formazione sulla pista. La voce dell’ufficiale libico che parla dalla torre di controllo dell’aeroporto è fastidiosa, meccanica, quasi gracchiante, mi entra nelle orecchie e mi riverbera nel cervello. Quello che dice non mi sorprende. I libici annullano per la seconda volta un nostro volo di prova. Ci stanno andando giù pesante. Fanno saltare le prove di volo che ci sono indispensabili e non ci danno spiegazioni. Ormai è una guerra di nervi.

La notte scorsa ho ricevuto una telefonata alle tre. Era il solito tenente colonnello. Identica pantomima tra lui e me. Stesse parole sue. Stessa risposta mia. Oltre che surreale la situazione sta assumendo aspetti comici.

Le diciotto. Uno dei bar della nave dove alloggiamo. Ho fatto convocare una conferenza stampa dall’ufficiale responsabiledelle pubbliche relazioni, il maggiore Andrea Saia.

Nella sala ci siamo solo io e Saia. I giornalisti che stanno seguendo la nostra missione sono ben consapevoli della delicatezza della situazione che si è venuta a creare. Tutti i quotidiani italiani ei telegiornali stanno raccontando la vicenda del fumo verde richiesto da Gheddafi per le manovre delle Frecce.

Quando vedo che la sala bar è piena, comincio a parlare.

«Siamo qui a Tripoli per donare al popolo libico l’esibizione delle nostre Frecce Tricolori. Per farlo abbiamo la necessità di fare delle prove che sono indispensabili per eseguire le nostre manovre. Le prove generali, chiamiamole così, sono state annullate per ben due volte. Tutte le altre pattuglie acrobatiche che si esibiranno domani nel cielo sopra Tripoli hanno potuto svolgere il loro lavoro senza alcun intoppo. Noi no.»

«Comandante Tammaro, qualcuno le ha spiegato i motivi dell’annullamento dei vostri voli di prova?» il giornalista che mi sta facendo la domanda ha un’espressione sarcastica stampata sulla faccia abbronzata: «Ritiene che la mancanza di prove possa essere causa di un annullamento dell’esibizione delle Frecce Tricolori?».

«Sembra si sia trattato di problemi tecnici. Può accadere» sottolineo diplomaticamente, «comunque sono in continuo contatto con le nostre Autorità e stiamo gestendo la situazione per risolvere ogni problema» gli rispondo.

«Circa l’utilizzo di fumi verdi come la bandiera libica da parte delle Frecce, cosa può dirci?».

Aspettavo questa domanda, volevo questa domanda. So che la mia risposta potrebbe scatenare un incidente diplomatico,ma ci sono cose che vanno affrontate direttamente, per fare chiarezza.

«La Pattuglia Acrobatica Nazionale si esibirà lasciando nel cielo di Tripoli i colori della nostra bandiera, su questo non ci sono dubbi» rispondo senza tentennare.

La conferenza stampa è finita.

Devo chiamare il Ministro Ignazio La Russa.

È il momento di farlo.

Digito il numero. Pochi squilli.

«Comandante Tammaro, aspettavo la sua telefonata» la voce di La Russa è cordiale.

Un colloquio lungo, esaustivo. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Le Frecce Tricolori rappresentano l’Italia. Le Frecce Tricolori tracceranno nel cielo di Tripoli i colori della nostra bandiera.

Dopo circa un’ora vengo informato che il Ministro La Russa ha contattato sia Alfredo Mantica, il nostro sottosegretario agli Esteri, che Francesco Trupiano, l’ambasciatore italiano a Tripoli. La volontà del nostro Governo è chiara: se non avremo garanzie che le Frecce Tricolori si esibiranno domani, i nostri piloti torneranno in Italia al più presto. Anche il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si è espresso chiaramente in tal senso.

L’azione diplomatica, ferma e risoluta, ha i suoi frutti. In tarda serata arriva la comunicazione che attendevo. Tutto si sblocca dopo una dichiarazione rilasciata da Abdulhafed Gaddur, ambasciatore libico in talia. Il suo è un comunicato stampa secco, che non lascla dubbi, “Le Frecce voleranno con i fumi tricolori”.

1 settembre 2009, ore 18.00.

È in corso la parata che celebra il quarantennale della presa di potere di Gheddati.

Le Frecce Tricolori volano sopra Tripoli senza aver potuto effettuare alcuna prova.

La nostra esibizione è ridotta all’osso. Non possiamo correre rischi. Solo manovre in massima sicurezza. Tutto in pochi minuti.

Sotto di noi, sul lungomare di Tripoli, ci sono duecentocinquanta mila persone, con gli occhi rivolti al cielo.

Apriamo con una tumata tricolore.
Looping. Giro della morte.
Alona.

Chiudiamo ancora con i colori della nostra bandiera.

Verde. Bianco. Rosso. Splendidi, stagliati nell’azzurro del cielo libico.

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