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Le “Frecce Tricolori” in Nordamerica

del Col. Pil. Alberto Moretti
da “Circolo della PAN” – Notiziario riservato ai Soci del Circolo della Pattuglia Acrobatica Nazionale
1° marzo 2014 – n° 27, pp. 2-4

Nel 1992 il Capo di Stato Maggiore aderì all’invito arrivato da più parti di celebrare i 500 anni della scoperta dell’America da parte di Cristoforo COLOMBO inviando in Nordamerica la P.A.N. – Frecce Tricolori.
La cronaca di allora ha raccontato ampiamente le tappe di quella meravigliosa avventura.
Prima di ritornarci con alcuni elementi inediti desidero raccontare agli amici del “Pegaso”, tutti esperti di procedure di Stato Maggiore, quello che è noto solo a pochi e che accadde prima di partire: quando e come si giunse alla decisione di approvare la COLUMBUS ‘92.
L’impresa, forse la parte più difficile, cominciò proprio nel Palazzo molti mesi prima della data di partenza da Rivolto.
Il Capo di S.M.A., Gen. NARDINI, che tuttora ammiro per il coraggio che dimostrò, prima di giungere alla decisione indisse varie riunioni con tutti Capi dei Reparti ed il sottoscritto, all’epoca Comandante della P.A.N..
In quelle riunioni venivano esaminati tutti gli aspetti della complessa missione e, come prevedibile, legittimi e comprensibili dubbi e perplessità attanagliavano tutti i presenti.
Erano trascorsi solo 3 anni dalla tragedia di Ramstein e il timore di imbarcarsi in una operazione “percepita” dai più ad alto rischio creava molta diffidenza in tutti i presenti.
Io, piccolo vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro, cercavo di dissipare tutti i dubbi e le incertezze rispondendo in maniera “esaustiva” (termine che ho imparato alcuni anni dopo allo S.M.A.) alle tantissime domande che mi venivano rivolte, tranquillizzando tutti sulle capacità del Reparto di affrontare la delicata e complessa missione.
Il responsabile della S.V. (Sicurezza Volo) era il più tenace avversario, paragonabile a “Cassandra”, di quelli per intenderci che mettono le mani avanti per dire nel caso si verificasse qualche intoppo “l’avevo detto io….”. Continuava a farmi la stessa domanda sull’alternato nelle tratte oceaniche ben sapendo che non avrei potuto dare una risposta…. “esaustiva”.
Alla fine la decisione fu presa e come noto siamo andati e siamo tornati, senza alcun intoppo degno di nota e un solo evento di pericolo dovuto ad un “flame out” al mio velivolo in decollo da Chicago per ingestione di acqua.
La pianificazione fu scrupolosamente mantenuta volando in formazione sempre completa tutte le manifestazioni programmate. Alla faccia delle varie “Cassandre” cui, mi risulta, nessuno chiese il conto.
In quella missione furono registrati dei record che ancora resistono e che penso sia difficile migliorare.
Il primo è il numero di ore giornaliere volate da un Reparto Caccia dell’A.M..
Il giorno della partenza da Rivolto la pianificazione prevedeva due tappe di circa 2 ore e 45 minuti con sosta notturna a Lossiemouth in Scozia.
Giunti a destinazione nel tardo pomeriggio, dopo una rapida valutazione delle pessime previsioni meteo del giorno successivo, decisi che era meglio anticipare la tappa per Keflavik in Islanda. Così facemmo e alla fine i 12 MB 339 PAN volarono per circa 100 ore in un solo giorno.
Il secondo record è quello di distanza.
Al rientro della missione, da Goose Bay, ultima tappa nel Canada abitato, decisi di volare direttamente a Sondestrom (Groenlandia) evitando lo scalo intermedio di Frobisher Bay (Labrador) per una serie di motivi.
La tappa volata fu di 870 NM e penso sia tuttora la tappa più lunga volata dalla P.A.N..
La Columbus ’92 è stata una missione fortemente marcata “Pegaso” perché gli altri Reparti che hanno dato un importante contributo alle operazioni, mi riferisco alla 46 B/A, agli Stormi Antisom, al 31° Stormo di Ciampino erano o comandati o avevano nostri colleghi ai vertici dei Gruppi.
Ricordo un volo con Billy Coco sul Gulfstream per andare a discutere con gli organizzatori delle manifestazioni in USA, le riunioni e le telefonate con Totò per il supporto degli Atlantic e anche Roberto della 46esima.
Il nostro Capo Corso Carletto l’ho incrociato in Canada al seguito del Gen. MELONI Capo D.N.A..
Al nostro rientro a Rivolto ad attenderci il Capo di S.M.A. e una folta delegazione di politici e Autorità.
Ero felice per i risultati raggiunti e per non aver tradito la fiducia in quanti avevano creduto negli uomini delle “Frecce Tricolori”.
L’emozione più grande quando ricevetti i ringraziamenti del Gen. NARDINI che sciolse tutta la tensione accumulata nei due mesi precedente confessando di sentirsi solo ora tranquillo, dopo il nostro atterraggio.
Ci disse “mi sento come un padre quando mette a letto i figli che rientrano il sabato sera dalla discoteca”.

Frammenti di ricordi a 25 anni di distanza

di Gigi Zanovello
da “Circolo della PAN” – Notiziario riservato ai Soci del Circolo della Pattuglia Acrobatica Nazionale
anno 20 – n° 35 – 1/03/2018 – p. 1 e segg.

Non ho mai tenuto un diario in vita mia. O meglio, ne ho cominciati tanti ma poi, forse prigioniero della sensazione di immortalità che ci attraversa quando siamo giovani, per una ragione o per l’altra non sono mai andato oltre le 2 pagine.
Questo era ciò che pensavo mentre ascoltavo UmbertoUmberto Rossi che, in piedi al tavolo a fianco, leggeva le pagine del diario che aveva tenuto nel ‘92.
Stavamo festeggiando i 25 anni del Tour “Columbus ’92” al Ristorante “da Toni”, a Gradiscutta di Varmo.

Quel tipo di Anniversari, per intenderci, che forse per esorcizzare il passare inesorabile del tempo, ci fanno talvolta storcere un po’ il naso e dubitare della nostra adesione. Poi, magari mascherando un po’ di malavoglia, accettiamo (“al limite ci facciamo una bella mangiata”) e partiamo.

Eravamo in molti: Piloti, Uff.li Tecnici, Specialisti, persino il neo generale Rinaldi ex speaker del ’92 e il MiniGiampaolo Miniscalco, con la
greca dorata che spiccava sullo sfondo verde salvia della sua tuta di volo, impeccabile e lind.

Visita “standard”: incontro, convenevoli, discorsi di apertura del Pony0 di allora, Alberto Moretti, affiancato dall’organizzatore (il MisterCarlo Baron), visione del volo  addestrativo delle Frecce, incontro con i “ragazzi” del 313 al nuovo “museo” di Rivolto, discorsi, scambi di presenti, foto finale.

Ma soprattutto calorose strette di mano, abbracci, sorrisi, qualche occhio un po’ lucido. D’altra parte non potrebbe essere diversamente. Vedere i volti delle persone con le quali si sono condivisi i
momenti belli e appassionanti, quelli duri e tristi, ma in ogni caso indimenticabili, non è da tutti, né capita ogni giorno.

I dubbi dell’aver aderito all’evento a quel punto sono scomparsi del tutto, sostituiti dalla genuina felicità di vedere colleghi, amici… “soci”!

E poi… di corsa da “Toni”.

I minuti cominciano ad accelerare con un flute di prosecco in mano. “Ma come sei invecchiato”, “sembri sempre lo stesso”, “non dirmi che sei già in pensione”.

Il riscaldamento degli animi ha avuto inizio…. Fra un po’ cominceranno i “rifacimenti” dell’Aeronautica dagli anni ’20 ad oggi, le battute fatte ai nostri tempi, sempre le stesse. Il “nonnoPiergiorgio Accorsi” che in un angolo prova dei gorgheggi per l’Aloha“brindisi” finale, inventato proprio durante la Columbus ‘92 finale.

“Cavolo guarda chi c’è, non ti avevo riconosciuto”. Siamo in molti, ci urtiamo, ci scambiamo ancora abbracci. Ci vorrebbero dei sosia per poter stare più tempo con tutti. Il volume delle voci si alza sopra il tintinnino dei bicchieri.

Ho già vissuto questa situazione altre volte. La scena potrebbe essere fotocopiata e replicata ad libitum. Immagino fin dai tempi della nascita delle Frecce nel lontano (ma è proprio cosi lontano?) ’61. Ma forse allora non esistevanoancora le fotocopiatrici, perlomeno come le intendiamo oggi. Ma … cosi è!

Siamo lì, repliche originali di professionisti, appassionati, amanti del volo e del proprio lavoro. Ma soprattutto dello spirito che inizia ad animarti dalla prima volta che attraversi quel benedetto cancello sulla Pontebbana (dopo aver fatto il pass!!).

Certo, qualcuno di “esterno” potrebbe chiedersi cosa ci fa divertire, rallegrare, spassarsela cosi tanto a stare insieme in questo modo. Ma chi non è un “interno” non potrebbe capire comunque,  nemmeno a spiegarglielo!

È anche questo ciò che mi passa per la mente, mentre guardo, attento e divertito, Umberto che legge, tirando un po’ gli occhi, i fogli sgualciti che aveva scritto 25 anni prima.
Di quanto eravamo “più giovani e forti”. Di quando eravamo noi, le Frecce Tricolori!

Quante emozioni si riaffacciano alla mente a sentire quelle parole. Quanti colori, suoni, profumi, mi “attraversano” diagonalmente. Molti non li percepisco nemmeno coscientemente, eppure sono li, presenti e forti più che mai.

Nel ’92 ero il Leader della formazione, il mio secondo anno. Ero un esperto, sicuro del proprio fare, sguardo rivolto all’infinito.
Ma per quanto si possa pensare, la realtà non era proprio cosi!

A guardarlo da fuori, il programma delle Frecce è sempre immacolato, “ovvio” e garantito. E i piloti che portano gli aeroplani, una sorta di robot umanoidi, freddi, calcolatori, distaccati e quasi indifferenti
all’ambiente che li circonda. Immuni alle insidie dei venti, della poca visibilità, della quota, mai sufficientemente alta.

La gente dal di fuori ci vede evoluire sicuri, impeccabili, nella nostra livrea blu, ma se solo potessero entrare, come una mosca, nello stretto abitacolo del nostro 339 e potessero percepire ciò che passa
per la testa di ciascuno di quei “campioni”, allora vedrebbe uno scenario ben più normale e umano.
Quanti dubbi, incertezze, titubanze ho vissuto. Ma anche quanta gioia, soddisfazioni, appagamenti enormi ho conosciuto.

Ma se tutto questo è stato possibile, lo è stato perché sono sempre stato circondato da persone “speciali”, non migliori o peggiori, bensì uomini con una grande determinazione a fare bene ciò per cui erano giunti fino a li a fare.

Al di là delle ovvie differenze di carattere o visioni della vita, simpatie e antipatie che potevano nascere, ciò che tutti, intendo tutti, Piloti, Specialisti, Ufficiali e Sottufficiali avevamo nel cuore, era la volontà e voglia di tenere alto il nome e la reputazione delle Frecce Tricolori e, nel caso della Columbus, della nostra Nazione.

Questo è il vero Teamwork, come è di moda dire oggi, quello con la T maiuscola. Quando l’obiettivo del Gruppo diventa più importante di quello del singolo individuo.

Tutto ciò non è “naturale” per l’uomo. Forse non tutti se ne rendono conto quando si riempiono la bocca di questa parola. L’uomo, è vero, è un animale sociale.

Ma senz’altro non è stato “pensato, disegnato, programmato, sviluppato e prodotto” per lavorare in Gruppo.

Per farlo ci vuole convinzione, dedizione, pratica, ma soprattutto convinzione e sacrificio. E poi, per noi delle Frecce, ci vuole “fiducia” reciproca.
E quella non viene gratis.

Questo mi passava per la testa mentre ascoltavo “Umbertino”, tra le risate e i commenti, più o meno irriverenti e ad alta voce, dei commensali (per lui, insieme a Flavio Danielis, il ’92 era il suo primo anno nella Formazione ufficiale. Terzo gregario di sinistra).
Non riuscivo a tener a bada i ricordi. Mi si presentavano tutti in massa davanti agli occhi.

Il volo di trasferimento per il continente americano, con quella tratta Lossiemouth Keflavick che in qualche modo ha fatto storia. Il sorvolo della Statua della Libertà (che non eravamo riusciti a fare nell’86 per condizioni meteo avverse), le decine, centinaia di migliaia di spettatori felici che ci osservavano incuriositi e divertiti.

Per non parlare degli emigrati italiani di varie generazioni che, spesso con le lacrime agli occhi, cantavano a squarcia gola, il “nessun dorma” durante il passaggio finale con il tricolore italiano, la loro mai dimenticata e abbandonata bandiera!

E in quel momento, guardando Umberto, un ricordo mi si fissa su un evento che in effetti solo io e lui conosciamo.

Chicago 11 Luglio 92, sabato, giorno della Manifestazione sul Lakeshore, il lungolago che si affaccia sul Michigan Lake, un mare più che un lago. Si aspettano diverse centinaia di migliaia di spettatori, appassionati e non. Siamo ospiti dei Blue Angels che con il loro stupendo McDonnell Douglas F18 giallo e blu, cercheranno di rubarci la scena.

Siamo rischierati a Glenview NASNaval Air Station (Aeroporto della US Navy), una aeroporto a 18 miglia a nord dal centro manifestazione. Siccome siamo alloggiati in centro, noi piloti ci trasporteranno con degli elicotteri messi a disposizione dai Marines.
Accoglienza all’altezza, cene, cerimonie, incontri con la stampa, prova della MAFManifestazione. Tutto ok.

La mattina del sabato però, quando ci alziamo e guardiamo fuori dalle finestre del nostro hotel al 36 piano, siamo quasi “dentro”.
La visibilità non è male, ma la base delle nubi è davvero bassa. C’è che dice 1000 piedi. Sarà… per me è inferiore.

Guardo verso il lago, è proprio lì il problema.

La forte umidità sull’acqua ha fatto alzare le nubi a qualche centinaio di piedi e pare non intendano dissolversi.
Dall’altra parte, verso terra, il cielo comincia a schiarirsi ma…. verso il Michigan Lake sembra non vi sia verso.

“Mah. Speriamo bene” mi dico con un forzato ottimismo.
“Proprio oggi cavolo…”.

Colazione, due passi e poi ci ritroviamo nella hall. Ci guardiamo increduli e sbigottiti. AlbertoAlberto Moretti mi viene vicino prima di partire per la biga e mi dice… “dai.. volesse il cielo che si alzi ‘sto tempo… magari per un basso o un basso con l’urlo…. comunque ci sentiamo via telefono o radiolina …”.

Non ci resta che partire, imbarcarci sugli elicotteri ed andare… voliamo per 10 minuti nel CAVOKCeiling and visibilità ok – Visibilità e Base delle nubi buone più totale, ma se
guardiamo a est, si vede questo strato di nubi, nemmeno tanto spesso, che ricopre il lago, cominciando un paio di chilometri dall’entroterra.

Per aria il Marine mi dice qualcosa col suo accento yankee… non lo capisco bene, ma il senso è “ehi amico… oggi niente manifestazione…”. “Che ti possa….” penso infastidito.

A Glenview, cielo limpido e temperatura sui 25°C, decido in ogni caso di fare il briefing per l’alto, il basso e il basso senza rotazioni, con e senza separazione del solista… non si sa mai. Guardo Nino, il “mio mitico” 6primo fanalino e leaders della seconda sezione durante le separazioni della formazione, che ammicca in silenzio, come a dire “..tanto socio, lo sai com’è… inutile preoccuparsi, si decolla e poi… si vede!”.

Passano i minuti, sto fuori a respirare l’aria dell’erba e del JP4carburante utilizzato dai velivoli militari che continua ad affascinarmi nel tempo, richiamando alla mente situazioni di deja vù pazzesche.

Il Mister, oggi lo vedo un po’ triste. E’ lì vicino con JackieGiacomo “Jackie” Zanelli che chiacchiera su come prepararsi per la partenza dell’indomani.

Osservo i nostri 339, che qualche centinaio di metri più in là spiccano, nel tremolio della calura, con il loro blu intenso striato dal bianco rosso verde della nostra bandiera. Individuo il mio “1” mentre viene curato e viziato da StefanoStefano Pandolfo, il mio Crew Chief.
A fianco ci sono gli F18 americani. “avranno pure l’aeroplano più performante e i loro crew chiefs faranno anche il “ground showoperazioni svolte a terra prima e dopo la messa in
moto da parte dei Tecnici e dei piloti – particolarmente marziale quella delle pattuglie USA
” migliore del nostro, ma noi siamo decisamente più belli da vedere”, penso mentre sto lì, solingo e in pace con il mondo!

Si avvicina l’ora di salire a bordo. Qualcuno vicino mi passa Alberto che mi chiama dal centro della MAF “gizillogizil, gizillo, nomignolo usato talvolta per chiamare lo scrivente, qui è un casino che non ti dico, c’è gente appollaiata ovunque, bandiere italiane, ci sono pure quelle Friulane, forse solo a OshkoshAeroporto americano ove si svolge la Manifestazione più grande al mondo con la partecipazione media di oltre 500 velivoli di ogni specie, ove le Frecce hanno effettuato una Manifestazione nel 1986 ho visto di più…”.
Ahia, penso dentro di me, se mi dice così vuol dire che la polpetta amara me la deve ancora propinare… “in effetti, però… il tempo è una chiavica…”.

Deglutisco, “ettepareva.. peccato” penso dentro di me.

“Però, gizil… la visibilità sotto mi sembra buona, sopra i 5 km, il ceiling è in effetti bassino… sui 1000 piedi… circa… ma magari un sorvolo o una Schneideruna virata di 360 gradi nel piano orizzontale ci stanno… che ne dici?”. Mi è sempre piaciuto l’apparente nonchalance di Alberto nelle situazioni critiche… quello che mi dice ora però, è quello che aspettavo.

RupertRupert, nomignolo usato talvolta per chiamare Moretti facciamo cosi, io decollo, vado verso il lago, se trovo un buco decente e sicuro, che si veda l’acqua sotto mi ci infilo e, se OK, vengo verso di te. Poi vediamo, tanto, per male che vada tiro su… lo straterello non mi sembra tanto spesso… qui i ‘ragazzi’ sembrano molto concentrati e determinati…”.

“gizillo, fai come ti senti, mi fido lo sai, quando ci sentiamo ti guido… questo pubblico si merita davvero qualcosa. Al limite poi, qui c’è il gommone dell’organizzatore e vengo a ripescarti”.

Un sorriso mi si dipinge sul volto, la tensione si rilascia. Penso che se ascoltassero le nostre comunicazioni alle volte ci prenderebbero per pazzi. Chi non vive queste situazioni non può capire e non può sapere cosa significa questo tipo di goliardia, di cameratismo, senza colore nè parte, che ci stringe in un tutt’uno e ci fa superare i momenti difficili.

Detto fatto. Saliamo a bordo, mettiamo in moto, decolliamo, ricongiungiamo e dirigiamo verso il lago che 7 miglia più in là, invisibile sotto una coltre di nubi compatta, pare attenderci sornione.
Mentre contratto il cambio frequenza con la torre di controllo, mi guardo intorno.

È in quei momenti che viene fuori l’uomo, oltre al pilota. Ecco i dubbi, le perplessità, le incertezze. Tutto a livello embrionale naturalmente… senti e non senti dentro di te questi sentimenti. Tuttavia ci sono e pare siano li per metterti alla prova, per vedere se sei in grado di affrontare la situazione in maniera sicura, professionale.

Però mi basta osservare i gregari che lì accanto mi circondano, con quel dondolio leggero, per avere la risposta.
Di colpo non ho più dubbi, pensieri, preoccupazioni.

Sento la voce di Nino che mi risveglia da questi pensieri “ore 2, 3-4 miglia, un bel buco, si intravedono pure le onde”.

“OK, visual, stringete”. Riduco potenza piano, aspetto che i gregari siano “sotto”, osservandoli negli specchietti mentre la voce rassicurante di GiaiPierluigi Fiore mi dice “quello che vuoi”.
So che son tutti li, stretti intorno a me, come un pezzo unico e indivisibile.

“Freni fuori.. ora”, non voglio overshoottareandare oltre il buco che si avvicina velocemente. Vedo chiaramente l’acqua del lago, voglio livellare un po’ prima e scendere piano all’inizio del buco cosi da rimanere sempre in sicurezza. Prima di scendere sotto mi volto a sinistra e destra. Osservo i caschi di Andrea, Joe, Francis e NorbertAndrea Boiardi, Giuseppe Coggliola, Francesco Tricomi, Norbert Walzl che annuiscono piano.
Li immagino sorridere beffardi sotto la maschera.

Una tranquillità quasi irreale mi avvolge mente rivolgo l’attenzione davanti.

Scendiamo, le nubi sfilacciate scorrono ai lati della formazione. Siamo sotto. Manovro per mettere il timone verticale del mio velivolo tangente alla base delle nuvole. Voglio avere spazio. La visibilità è persino migliore di quello che credevo.

Seguo le indicazioni dell’RNAVsistema di navigazione inerziale per dirigermi verso il sito della MAF. “…Nino…?”. “tutto OK socio…”. Le sue parole mi rinfrancano ancora di più. “Alberto ti sta chiamando…” mi dice Norbert con la sua “erre” inconfondibile. Tolgo lo squelch “Pony0 da Pony1… mi senti?”.

“Ti sento gizillo… com’è?”. “buono Alberto, almeno qui… se rimane cosi anche lì qualche Schneider si può fare”.

“Qui sta venendo giù il mondo… la gente… sono tanti, tantissimi…. quando vuoi dammi un colpo di fumi..”.

“dovresti avermi a NORD, sulle 5 miglia… ti do un colpetto di rosso… NorbertoNorbert Walzl, essendo il n.5 poteva utilizzare le  fumate rosse..”.

“Ti vedo, sei messo bene, vieni forse un filo a sinistra, tempo buono, una bavetta da Udineil riferimento è ai voli che vengono effettuati a Rivolto. Prendendo come punto di riferimento la biga con la pista di fronte, Udine si trova a sinistra, Codroipo a destra, Villa caccia davanti a sinistr a, etc, poca cosa”.

Vedo finalmente la costa sulla mia destra. “Rupert, farei cosi, mi presento a rombo da Udine, ti passo davanti e faccio una schneider sx, piatta, mi separo dal 10 che poi farà qualche passaggio davanti a voi…. per quel che potrà fare… Stevie decidi tu che manovre effettuare.. Poi vediamo”. Più la costa si avvicina e più mi rendo conto di ciò che mi diceva Alberto. Il Lakeshore davanti al musetto pare animato di puntini colorati. Come di coriandoli che si agitano al vento, rimanendo però sempre attaccati al terreno. Ci saranno…. Non so… tanta gente!

“Nino?” dico alla radio, “siamo a posto Gigi… hai visto che robba” mi dice Nino col suo accento romano. “OK ragazzi, tenetevi pronti per le rotazioni, potrei dover spingere…”. Un ultimo sguardo ai lati per veder i gregari incastrati e immobili. Una calma serena sta pervadendoci. “Un ultimo check… siete pronti?”. “2,3,4,5,6,7,8,9,10”.

OK iniziamo.
E cosi incominciamo la Manifestazione di Chicago. Una Manifestazione strana, decisamente Non standard. Una Schneider a sinistra con i fumi bianchi. Un’altra con i colorati. Ormai abbiamo preso la mano e le misure. Inverto e ne facciamo una a destra per accontentare i sinistri. Quante volte, da gregario sinistro (sono sempre stato un sinistro come gregario), ho odiato le holding a sinistra. Sono più naturali per il Leader, questo lo sapevo. Ma noi a sinistra non vedevamo mai nulla se non il cielo blu ed inoltre…. Il terreno si “sente” quando non lo vedi, anche se sai che è in sicurezza!

“Rupert…. Hai ‘nessun dorma’ pronto? Io farei l’ultimo passaggio in alona..”.

”Certamente…. Pensi si possa fare?”.

“credo di si… Nino?”.” Per me nessun problema…”.

“Ok. Allora ragazzi, ci predisponiamo da Villacaccia, trasformiamo in alona, passiamo in virata non troppo tirata e ce ne andiamo a berci un pistone al circolo… StevieStefano Rosa tu cerca di ricongiungere ‘sotto’, altrimenti rimaniamo separati e ci vediamo a terra…. Umbertino non guardare fuori, stai tranquillo”. Umberto è alla prima stagione, immagino la sua concentrazione e le sue difficoltà da 7. Nel passaggio in alona è l’ultimo a sinistra. Quello vicino a terra. In questo caso all’acqua. E stavolta sarà piuttosto vicino! “2,3,4,5,6,7 nessun problema, 8, 9 e… 10”.

E cosi abbiamo fatto. A posteriori abbiamo appreso che la gente, vista la “bandiera” italiana disegnata sul lago con i nostri fumi e la voce di Pavarotti che cantava “vincerooooo” era andata letteralmente in visibilio.
Anche noi avevamo “vinto” questa volta!

Ora eccoci li, in attesa dell’elicottero che ci riporterà in città. I Blue Angels non sanno cosa fare… il tempo non è cambiato. Però decidono di decollare lo stesso. Non vogliono sfigurare in casa loro. Poi siamo venuti a conoscenza che non sono riusciti a scendere sotto le nubi come noi e si sono accontentati di fare qualche passaggio sopra la città con il post bruciatore acceso… senza essere visti, ma senza dubbio facendosi sentire.

Ho già fumato la Malboro rossa Soft Pack offerta come tradizione “post MAF” da StefanoStefano Rosa. Mi guardo intorno. Vedo un po’ in disparte Umbertino che traffica con una radiolina. Mi avvicino. “Ciao Umberto” gli dico cercando il suo sguardo. “Com’è andata la sotto? Sai… so come ci si sente da 7… un sacco di calci, turbolenze, delfinamenti e poi… magari ti pesciano pure. Almeno si potesse guardare fuori…”.

”Grazie Capo… tutto OK, veramente. E’ stato quasi più facile delle altre volte. Ti seguo ovunque andrai…. Grazie per avermelo chiesto!”.

Sorrido a labbra chiuse, gli do una pacca sulla spalla. Mi volto e vado verso gli altri che fanno casino qualche metro più in là. Non servono altre parole. È già stato detto tutto. Tutto ció che serviva.

Questi sono gli attimi della mia vita professionale che non dimenticherò mai, incisi, come sono, nel cuore e nell’anima. Son questi quei momenti che per quelli come noi, che ci credono, che ci provano e che si impegnano, valgono più di tutto l’oro del mondo. La fiducia dei tuoi gregari, dei tuoi uomini, dei tuoi colleghi o dei tuoi capi, è più di qualunque cosa si possa pretendere. Proprio perché travalica ogni differenza di pensiero, di cultura, di approccio alla vita.

“grazie Umberto”, penso dentro di me alla fine del pranzo da Toni, mentre il ‘nonnoPiergiorgio Accorsi’, un po’ brillo, intona l’Aloha.

Mi guardo intorno e penso “ma quanto siamo stati fortunati noi a vivere queste avventure, a poterci guardare negli occhi sapendo di aver vissuto dei momenti così importanti e unici. Questa consapevolezza ci rende uguali e del tutto simili a quelli che ci son passati prima e a quelli che ci passeranno dopo. Solo che questi ultimi ancora non lo sanno e difficilmente lo possono capire ora, mentre vivono nella ‘centrifuga’ della formazione ufficiale del momento. Questo è il vantaggio degli ex. E non è poco!”

Sto camminando verso l’uscita. E’ stata davvero una bellissima giornata. Ci salutiamo, ci abbracciamo. Ancora le solite battute. Che bello!

E’ un attimo. Sento una risata forte, aperta, accattivante. Mi volto di scatto e cerco istintivamente il volto di Stefano. È invece quello di un ragazzo del posto, forse un po’ alticcio. Ma dentro di me io so che lui è lì. Caro Stefanoalla giornata ha anche partecipato il figlio di Stefano Rosa, Alex, tra la gioia e la commozione di tutti, oggi qui, con tutti noi che “siamo” la Columbus ’92, ci sei anche tu!

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