Ultimo aggiornamento: 8 Luglio 2021

Le «Frecce tricolori» si sono esibite a Torino

di Simonetta Conti
da La Stampa, 17 giugno 1980, p. 6

«Sono tutti bravi ragazzi». È la voce dell’ex comandante delle «Frecce tricolori», la pattuglia acrobatica nazionale dell’aeronautica militare, mentre si schermisce («ora sono un civile, basta con ‘sto comandante»), tradisce una sottile nostalgia. Perché il volo resta nell’anima a chi ha fatto parte della «formazione», nove uomini più il «solista», soltanto sette domenica scorsa a Torino, all’Aeritalia «perché due piloti, i capitani Giovanbattista Molinaro e Gabriele Podestà, sono ancora in addestramento. Occorrono mesi prima di volare in team».

«Il volo è una droga», ammette il tenente colonnello Corrado Salvi, attuale comandante, 40 anni, veneto, rosso di capelli e di barba, piccole rughe profonde che segnano il viso. «È qualcosa che ci rapisce. Chi smette di volare entra in crisi». Da 19 anni in aeronautica, chiamato oltre un anno fa alle «Frecce», commenta: «È stato il mio momento magico. Sono rinato. Mi dico sempre “Questo è l’ultimo anno”. Poi mi correggo “Non può ancora essere l’ultimo”».

Questa passione, che lega l’uomo al cielo è il filo conduttore, confessato con modestia, ribadito con orgoglio, da tutti i piloti della formazione. «Si è troppo innamorati del cielo — afferma il maggiore Antonio Gallus sardo, 41 anni, «leader» della pattuglia — la famiglia é importantissima (tutti i piloti delle «Frecce» sono sposati, n.d.r.), ma non è tutto. Si litiga con la moglie, non con l’aereo. È una macchina, ha i suoi limiti, ma il pilota la deve e la può dominare».

Giuseppe Liva, 33 anni, friulano, capitano e gregario destro (cioè il suo posto è alla destra nel rombo della formazione) dice: «Stavo per diventare pilota civile, il doppio dello stipendio, ma ho rinunciato per le Frecce. Devo essere matto». Vito Posca, 31 anni, calabrese, capitano e gregario sinistro, non ha dubbi: «Il fascino è la lotta con l’aereo; il cielo è il nostro palcoscenico. È desiderio d’avventura e anche d’affermazione. Ma quando si prende il volo è soltanto volare».

Svettare «in verticale» verso il sole fin oltre i 2 mila metri, invertire rapidamente la rotta e a «bomba» verso terra, disegnare tra le nuvole la freccia o il collo del cigno, guizzare via in due dal centro ai lati della formazione tracciando un cuore, non è né prodezza, né sfida. «Un lavoro — osserva il capitano Fabio Brovedani, triestino, 32 anni — anzi non solo un lavoro, una soddisfazione. Nell’aereo non si è felici si soffre, ma subito dopo è piena soddisfazione». Qualche volta sono anche «gambe molli» appena scesi a terra, un tremore diffuso, “perché l’errore è umano, occorrono secondi per eseguire una manovra, frazioni di secondo per correggerla, ma il nostro errore deve essere ridotto alla sola mancanza di perfezione». Altrimenti sarebbe il disastro.

Eppure negano tutti di essere «superman». Il «solista» Piero Purpura, 44 anni, si presenta: «Sono il giullare che riempie, da solo, i tempi morti». Fa girar l’aereo su se stesso alla minima altezza da terra, incrocia la formazione quasi a far temere uno scontro, fugge e ricompare, improvviso, quando gli altri s’allontanano all’orizzonte. «Il mio compito è distrarre la gente, non stupire».

Se poi la gente, a terra, scoppia in applausi frenetici, in osanna d’entusiasmo, lassù, fra le nuvole l’eco non arriva. «Quando chiudo il tettuccio — racconta il capitano Massimo Montanari, 42 anni, romagnolo — restiamo soli io e la macchina. Non c’è tempo per pensare a nulla. È una lotta con il tempo e la perfezione di manovra». Non c’è spazio neppure per la competizione: «In messo alle nuvole — commenta il capitano Diego Raineri, 31 anni — non desidero nient’altro. La macchina è il nostro ufficio».

Un ufficio pericoloso però, per soli dieci uomini in Italia che sfrecciano da 300 a 800 km l’ora «con le ali a pochi metri l’una dall’altra». Ricorda un pilota: «Ognuno di noi, negli ultimi due anni, ha partecipato a due funerali». Ma sfuma la paura: «Sono anni anomali sfortunati». Il comandante sentenzia: «La paura è segno di coscienza. Bravura è saperla vincere».

Eppure Sergio Valori, 32 anni, toscano, cambierà presto mestiere: «Mi sono già dimesso — spiega — dopo 12 anni di aeronautica il mio guadagno è 840 mila lire al mese e nessuna assicurazione». La paura non c’entra: «Tutte le attività comportano rìschio». Aggiunge in un soffio: «L’ho ripetuto a mia moglie fino al parossismo. Non c’è ragione di aver paura nel nostro mestiere. Ma in lei la paura resta».

da Renato Rocchi, La meravigliosa avventura – Storia del volo acrobatico, vol. 3, Aviani editore, p. 264

■ 14 giugno – aeroporto Torino Aeritalia
• “Giornata aerea piemontese”
• organizzazione: Aero Club Torino

• l’Aeronautica Militare era presente con le “Frecce Tricolori” che presentavano il programma “Alto di 7 G.91”
la disposizione dei piloti:

Gallus
Brovedani – Liva
Posca – Raineri
Montanari
Valori

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