Ultimo aggiornamento: 15 Ottobre 2026

Si ringrazia l’Aeronautica Militare, le Frecce Tricolori e il loro Comandante, ten. col. Franco Paolo Marocco, per avermi concesso l’intervista qui pubblicata

In un’intervista, aveva raccontato di esser entrato in Aeronautica grazie alla PAN. Si ricorda a quale manifestazione era stato, cosa l’aveva affascinato e se aveva incontrato i piloti di allora?

La mia passione per il volo e per l’Aeronautica Militare è nata quando ero bambino, proprio grazie alle Frecce Tricolori. Ricordo ancora le videocassette che guardavo e riguardavo a casa, anche senza che allora potessi comprenderne davvero la complessità. Attraverso quelle immagini, quelle persone che non conoscevo erano già riuscite a trasmettermi qualcosa di straordinario.

Con il passare degli anni quel sogno è diventato prima una passione e poi una scelta di vita. Ho iniziato a desiderare di diventare un pilota militare, di indossare quell’uniforme e di poter vivere, un giorno, almeno una piccola parte di ciò che vedevo attraverso uno schermo.

La cosa che oggi mi emoziona maggiormente è pensare che, tanti anni dopo, potrei essere stato io, insieme ai miei colleghi, ad accendere lo stesso sogno negli occhi di qualche bambino.

Come aveva conosciuto la storia del 313° Gruppo? Ha poi conosciuto alcune figure/piloti storiche? Se sì, quali e che impressione le hanno lasciato?

La storia delle Frecce Tricolori è qualcosa che si impara a conoscere progressivamente, ma che soprattutto si comincia a comprendere davvero quando si entra a far parte del Reparto. Naturalmente esiste una storia fatta di date, velivoli, programmi acrobatici e grandi protagonisti. Ma c’è anche una storia meno conosciuta, fatta di persone, di esperienze condivise, di scelte difficili e di valori tramandati nel tempo.

In questi anni ho avuto il privilegio di incontrare diversi uomini che hanno contribuito a costruire questa realtà. Quello che mi ha sempre colpito è stato il loro modo di parlare delle Frecce Tricolori. Non tanto attraverso il racconto dei successi personali, quanto attraverso i ricordi delle persone con cui avevano lavorato, delle difficoltà affrontate e delle esperienze vissute insieme. Ho capito che appartenere a questo Reparto significa anche sentirsi parte di una storia che non comincia con il nostro arrivo e non termina quando ce ne andiamo.

Ognuno riceve qualcosa da chi lo ha preceduto, lo fa proprio e ha la responsabilità di consegnarlo a chi verrà dopo.

Di recente è mancata quella che si poteva considerare una delle colonne portanti della PAN, il generale Montanari. Cosa ricorda della sua figura?

Il Generale Montanari è stato certamente una figura molto importante nella storia delle Frecce Tricolori. Quello che mi ha sempre colpito di lui era il legame profondo che continuava a mantenere con il Reparto, anche a distanza di tanti anni dalla sua esperienza operativa. Aveva una personalità forte, un grande carisma e soprattutto una partecipazione autentica a tutto ciò che riguardava la Pattuglia. Si percepiva chiaramente quanto quella esperienza fosse rimasta parte della sua vita.

Ho avuto il piacere di incontrarlo poche settimane prima della sua scomparsa e oggi conservo quel momento con particolare emozione. Credo che persone come lui ci ricordino un aspetto fondamentale: le Frecce Tricolori non sono soltanto un incarico o un periodo della propria carriera. Sono un’esperienza che lascia un segno profondo, che continua ad accompagnarti anche quando non indossi più quella tuta di volo.

Ed è bello pensare che il legame con questa realtà possa rimanere così forte nel tempo.

Il Fiat G-91 è ricordato con affetto da tanti appassionati. Ha mai avuto la possibilità di pilotarlo o le sarebbe piaciuto?

Purtroppo non ho mai avuto l’opportunità di pilotare il G-91, ma naturalmente mi sarebbe piaciuto moltissimo. È un aeroplano che rappresenta una parte importante della storia dell’aviazione militare italiana e, in particolare, delle Frecce Tricolori. Ogni velivolo ha caratteristiche, peculiarità e un modo diverso di essere pilotato. Per chi ama davvero il volo, avere la possibilità di conoscere macchine appartenenti a generazioni differenti è sempre qualcosa di affascinante. Ma credo che il valore di un aeroplano vada anche oltre le sue prestazioni.

Alcuni velivoli diventano simboli perché accompagnano intere generazioni di piloti e finiscono per rappresentare un’epoca. Il G-91 è certamente uno di questi. E penso che l’affetto che ancora oggi tanti appassionati gli riservano sia la dimostrazione di quanto il legame tra un aeroplano, le persone che lo hanno utilizzato e il pubblico possa diventare qualcosa di davvero speciale.

Una volta entrato in Aeronautica e assegnato ai reparti, quando ha deciso di fare domanda alle Frecce Tricolori?

Il desiderio di entrare nelle Frecce Tricolori, in realtà, non mi aveva mai abbandonato. Naturalmente, con il passare degli anni e con l’esperienza maturata nei reparti operativi, avevo imparato a guardare a quel sogno con una consapevolezza diversa. Essere un pilota militare è già di per sé una professione straordinaria, che richiede impegno, dedizione e una continua disponibilità a mettersi in discussione. Le Frecce Tricolori rappresentavano per me una possibilità ulteriore, un’esperienza che avrei desiderato vivere, ma che sapevo non essere affatto scontata.

Nel 2016 si è presentata l’opportunità di partecipare alla selezione e ho deciso di provarci. Ricordo l’entusiasmo, ma anche il rispetto con cui mi sono avvicinato a quella possibilità. Avevo ormai compreso che dietro quelle manovre che da bambino guardavo con meraviglia c’erano anni di preparazione, una disciplina rigorosa e soprattutto una straordinaria capacità di lavorare insieme. Credo che sia stato proprio questo a rendere ancora più forte il desiderio di farne parte: non soltanto volare con le Frecce Tricolori, ma diventare parte di quella squadra.

Prima di entrare nelle Frecce Tricolori, aveva già pilotato l’MB-339? Quali sono i punti di forza del velivolo?

Sì, avevo già conosciuto l’MB-339 durante il mio percorso formativo in Aeronautica Militare. È un aeroplano al quale sono profondamente legato e che, dopo tanti anni di attività con le Frecce Tricolori, rappresenta per me molto più di una macchina. Dal punto di vista tecnico è un velivolo estremamente valido per il volo in formazione. Ha caratteristiche di maneggevolezza, precisione e prevedibilità che consentono al pilota di sviluppare una grande sensibilità nella gestione dell’aeroplano. Naturalmente, come ogni velivolo, richiede di conoscerne a fondo le caratteristiche e i limiti, soprattutto quando viene impiegato in un’attività complessa come quella acrobatica.

L’MB-339 ha accompagnato generazioni di piloti e specialisti, permettendo alle Frecce Tricolori di rappresentare l’Italia in tutto il mondo. Credo che meriti una grande riconoscenza, non soltanto per ciò che ha consentito di realizzare, ma per tutte le storie e le emozioni che ha contribuito a costruire.

Cosa si ricorda del suo periodo di selezione alle Frecce Tricolori e quali sono state le sue emozioni quando le hanno confermato il suo ingresso in Formazione?

Ricordo quel periodo con grande intensità. La selezione alle Frecce Tricolori è soprattutto un’occasione per comprendere se si possiedono le caratteristiche necessarie per inserirsi in un gruppo così particolare. Non si tratta soltanto di dimostrare di saper pilotare bene un aeroplano. Bisogna saper ascoltare, accettare le osservazioni, adattarsi a un metodo di lavoro estremamente rigoroso e, soprattutto, dimostrare di essere disposti a mettere le esigenze della squadra davanti alle proprie.

Durante quel periodo ogni volo, ogni briefing e ogni debriefing rappresentavano un’occasione per imparare. Ricordo bene la sensazione di trovarmi in un ambiente nel quale anche i dettagli apparentemente più piccoli avevano un significato preciso. Quando mi è stato comunicato che sarei entrato a far parte della Formazione, ho provato un’emozione davvero difficile da descrivere. C’era naturalmente la gioia per aver raggiunto un obiettivo che coltivavo fin da bambino, ma anche la consapevolezza che quello fosse soltanto l’inizio di un percorso impegnativo. Forse la sensazione più bella era proprio questa: capire che un sogno che avevo custodito per tanti anni stava finalmente diventando qualcosa di reale.

Cosa si ricorda della prima esibizione di fronte al pubblico?

Ricordo molto bene il primo maggio del 2017, al termine del periodo addestrativo della Formazione. Fino ad allora avevo conosciuto le Frecce Tricolori soprattutto attraverso il lavoro quotidiano: gli addestramenti, i briefing, i debriefing, l’attenzione ai dettagli e la preparazione necessaria per raggiungere il livello richiesto. Quel giorno ho avuto la possibilità di osservare anche l’altra dimensione della nostra attività: il rapporto con il pubblico. Vedere le persone che aspettavano la Formazione, percepire l’entusiasmo e sapere che tra gli spettatori c’erano anche i miei familiari è stato davvero emozionante. Mi ha fatto comprendere ancora meglio il significato di quello che stavamo facendo.

Per noi il volo è il risultato di un lavoro estremamente tecnico e rigoroso. Per chi ci guarda, però, può diventare qualcosa di diverso: un’emozione, un ricordo, un momento da condividere con le persone care. Ed è proprio questa capacità di trasformare un’attività così complessa in qualcosa che arriva direttamente al cuore delle persone a rendere le Frecce Tricolori davvero speciali.

Prima di esser Comandante, è stato per diversi anni il “capoFormazione” del rombetto. Come si forma il pilota che prende la posizione di Pony 6? Come si interfaccia con l’intera Formazione?

Pony 6 è una posizione molto particolare all’interno della Formazione e rappresenta un’esperienza professionale di grande responsabilità. Il percorso addestrativo è naturalmente progressivo, come avviene per tutte le posizioni delle Frecce Tricolori, e si basa su un metodo consolidato nel tempo. Il pilota viene preparato attraverso un’attività che consente di acquisire gradualmente le competenze tecniche e la sensibilità necessarie per ricoprire quel ruolo.

La particolarità di Pony 6 è che, durante il programma acrobatico, si trova a vivere due dimensioni differenti. In una parte del volo opera come gregario all’interno della Formazione, mentre in un’altra assume il ruolo di riferimento per la seconda sezione, il cosiddetto rombetto. Questo significa dover gestire una parte particolarmente delicata del programma, caratterizzata da separazioni, incroci e successivi ricongiungimenti.

Nel volo in formazione la fiducia non è un concetto astratto. È qualcosa che si costruisce giorno dopo giorno, attraverso il lavoro, la conoscenza reciproca e la consapevolezza che ciascuno farà esattamente ciò che gli altri si aspettano. È una responsabilità importante, ma anche una delle esperienze più belle che abbia avuto la fortuna di vivere.

Cosa la emozionava di più quando era nella posizione di Pony 6?

Ci sono sensazioni che, anche dopo tanti anni, rimangono difficili da raccontare. Essere al centro della Formazione significa avere una prospettiva davvero unica. Sei circondato dagli altri aeroplani e percepisci in modo straordinariamente diretto l’armonia e il coordinamento del gruppo. Ma quello che mi emozionava maggiormente non era soltanto l’aspetto visivo. Era la sensazione di essere parte di qualcosa che funzionava grazie al contributo di tutti. Durante alcune manovre, soprattutto nei momenti più intensi del programma, si raggiunge un livello di concentrazione e di sintonia tale che ogni movimento sembra diventare naturale.

Ricordo soprattutto gli sguardi dei colleghi, la consapevolezza reciproca e quella fiducia che permette di affrontare insieme un’attività così complessa. E poi c’è una sensazione che credo ogni pilota delle Frecce Tricolori conosca bene: quella di terminare un volo particolarmente impegnativo, guardare i propri compagni e comprendere, anche senza bisogno di parlare, di aver condiviso qualcosa di speciale. Sono momenti che rimangono dentro.

Si sarebbe mai aspettato di divenire Comandante delle Frecce Tricolori? Come ha appreso la notizia e che consigli le ha dato il suo predecessore, Massimiliano Salvatore?

Diventare Comandante delle Frecce Tricolori è certamente un’opportunità straordinaria, ma non credo sia qualcosa che si possa considerare un traguardo personale nel senso tradizionale del termine. Quando mi è stata comunicata questa possibilità ho provato una grande emozione, accompagnata immediatamente dalla consapevolezza della responsabilità che avrei assunto. Conoscevo già molto bene il Reparto, le persone e la complessità del nostro lavoro. E proprio per questo sapevo che guidarlo avrebbe richiesto molto più della sola esperienza professionale maturata fino a quel momento.

Da Massimiliano Salvatore ho ricevuto consigli preziosi, frutto della sua esperienza e della conoscenza profonda di questa realtà. Ma credo che una delle cose più importanti che ho imparato sia che ogni comandante deve trovare il proprio modo di interpretare il ruolo, rispettando l’identità del Reparto e valorizzando le persone che ne fanno parte. Non esiste un modo perfetto di comandare. Esiste piuttosto la necessità di assumersi ogni giorno la responsabilità delle proprie decisioni, di saper ascoltare, di mantenere la lucidità nei momenti difficili e di essere disposti a rivedere le proprie convinzioni quando necessario.

In questi anni ho imparato molto, anche attraverso gli errori e le situazioni che non sono riuscito a gestire esattamente come avrei voluto. E credo che proprio questa possibilità di crescere, attraverso il confronto con le persone e le responsabilità quotidiane, sia stata una delle parti più importanti della mia esperienza di comando.

Cosa vuol dire, per lei, esser Comandante delle Frecce Tricolori?

È una domanda alla quale probabilmente oggi risponderei in modo diverso rispetto a due anni fa. All’inizio, naturalmente, percepivo soprattutto l’onore e la responsabilità di guidare un Reparto che rappresenta l’Aeronautica Militare, le Forze Armate e, attraverso il nostro Tricolore, l’Italia nel mondo. Con il tempo ho compreso che comandare significa soprattutto occuparsi delle persone. Significa creare le condizioni affinché ciascuno possa esprimere al meglio le proprie capacità, sentirsi parte di un progetto comune e comprendere il valore del proprio contributo.

Le Frecce Tricolori non sono soltanto i dieci aeroplani che il pubblico vede in cielo. Sono un’organizzazione complessa, fatta di piloti, specialisti, personale tecnico, logistico, amministrativo e di tutte quelle professionalità che quotidianamente lavorano per rendere possibile la nostra attività. E attorno a questo gruppo esiste un sistema ancora più ampio, costituito dai Reparti e dalle articolazioni dell’Aeronautica Militare che ci sostengono e ci consentono di svolgere la nostra missione. Essere Comandante significa avere la responsabilità di tenere insieme tutto questo, cercando di costruire fiducia, rispetto e consapevolezza.

Di questi dieci anni di appartenenza alle Frecce Tricolori, quale esperienza porterà sempre con sé?

È probabilmente la domanda più difficile, perché in dieci anni ho avuto la fortuna di vivere esperienze davvero straordinarie. Ho volato in luoghi che non avrei mai immaginato di raggiungere, ho rappresentato l’Italia davanti a pubblici molto diversi e ho vissuto momenti di un’intensità difficile da descrivere.

Ci sono immagini che porterò sempre con me: il Tricolore che si distende nel cielo, l’emozione delle persone che ci osservano, il primo volo in dieci di ogni stagione acrobatica, gli sguardi dei miei compagni prima e dopo un volo particolarmente impegnativo. Ma se devo scegliere ciò che davvero conserverò di questa esperienza, non penso a una singola manifestazione o a una particolare manovra. Penso alle persone. Penso alle giornate trascorse insieme, ai momenti di soddisfazione, alle difficoltà che abbiamo affrontato, alle discussioni, alle decisioni condivise e anche a quelle situazioni in cui non tutto è andato come avremmo desiderato. Perché credo che sia proprio in quei momenti che si comprenda il valore autentico di una squadra.

Ho imparato che le relazioni umane sono probabilmente il patrimonio più importante che un’organizzazione possa costruire. E ho avuto la fortuna di condividere tutto questo anche con la mia famiglia, che ha vissuto accanto a me le emozioni e le fatiche di questa avventura.

La PAN è in procinto di passare al nuovo velivolo M-346. Ha potuto testarne le caratteristiche? Cosa cambierà?

Ho avuto l’opportunità di volare sull’M-346 e posso dire che si tratta di un aeroplano straordinario, che rappresenta un salto generazionale importante dal punto di vista tecnologico e prestazionale. È un velivolo moderno, progettato per rispondere a esigenze addestrative avanzate, e offre caratteristiche che aprono prospettive molto interessanti anche per il futuro della Pattuglia Acrobatica Nazionale.

Naturalmente, il passaggio dall’MB-339 all’M-346 PAN non rappresenta semplicemente la sostituzione di un aeroplano con un altro. È una trasformazione molto più ampia, che coinvolge l’addestramento dei piloti, la preparazione degli specialisti, i processi manutentivi, le infrastrutture e l’intera organizzazione del Reparto. Richiederà tempo, studio, capacità di adattamento e soprattutto un grande lavoro di squadra.

In questi mesi ho avuto modo di partecipare direttamente alle attività preparatorie della transizione e credo che una delle sfide più importanti sia proprio quella di accompagnare il cambiamento senza perdere ciò che rende le Frecce Tricolori riconoscibili e amate. Perché gli aeroplani cambiano, le tecnologie evolvono e anche i programmi acrobatici dovranno necessariamente adattarsi alle caratteristiche del nuovo velivolo.

Ma ciò che non deve cambiare è l’identità della Pattuglia. Il rigore professionale, la disciplina, la fiducia reciproca, la capacità di lavorare insieme e, soprattutto, quella straordinaria attitudine a trasformare la precisione del volo in qualcosa di emozionante per chi ci osserva.

Credo che il futuro delle Frecce Tricolori debba essere costruito proprio partendo da questa consapevolezza: custodire il patrimonio che abbiamo ricevuto, senza avere paura di evolvere. Il futuro sarà nelle mani delle persone che continueranno questo percorso e sono convinto che sapranno affrontarlo con la stessa passione e professionalità che hanno sempre contraddistinto il Reparto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Commenti sul post

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.