Ultimo aggiornamento: 14 Gennaio 2021

Dopo la Grande Guerra sul «prato verde» di Campoformido i nostri piloti da caccia crearono dal nulla un'alta scuola di acrobazia. Eredi diretti di questi primi cultori di una disciplina che è la massima espressione del volo sono oggi gli assi della Pattuglia Acrobatica Nazionale di Rivolto, un «team» che le aeronautiche di tutto il mondo ci invidiano.

di Gabriele Bacchi – foto di Adriano Alecchi e Pippo Procaccioli
da Storia Illustrata, n° 274, settembre 1980, pp. 42 e segg.

Grazie a Sergio V. per l’invio dell’articolo

I piloti della Pattuglia Acrobatica davanti ai loro aerei sulla pista dell’aeroporto di Rivolto, dove sono di base. Da sinistra, in piedi: Valori, Montanari, il comandante Salvi, il capoformazione Gallus, il solista Purpura e, sotto, De Podestà, Raineri, Liva, Provedani, Posca e quindi Molinaro.

Sono tutti schierati in pista davanti al muso degli aerei.

Sulla tuta di volo, quasi fasciata da quella «anti-G», una specie di seconda pelle scura e grinzosa che deve proteggerli dalle accelerazioni di gravità, spiccano i gradi, l’emblema della pattuglia, una sciarpa di seta azzurra annodata al collo e una targhetta su cui è stampato un nome, un cognome, il gruppo sanguigno.

A un cenno del capoformazione, i piloti delle Frecce Tricolori salgono nell’abitacolo dei loro «G 91», si legano con le cinture al seggiolino eiettabile, allacciano altre cinghie ai cosciali, e sempre assistiti in ogni operazione dai loro fedeli crew-chief, infilano il casco. Poi, dietro un segnale del capolinea, schiacciano tutti contemporaneamente il pulsante dell’accensione, abbassano il tettuccio e in un frastuono d’inferno si portano in fila indiana sulla linea di decollo.

Il sibilo dei reattori si fa più potente, finché in due formazioni compatte, distanziate 100 metri l’una dall’altra, le sagome dei «G 91» schizzano via veloci a pelo dell’erba. Quando staccano le ruote da terra, i velivoli sono così vicini che sembrano due sole masse metalliche. Due grappoli di frecce, a forma di cuneo, lanciate in aria da una catapulta invisibile.

Nel cielo di Rivolto del Friuli, base della Pattuglia Acrobatica Nazionale e grande palcoscenico della acrobazia aerea italiana, lo spettacolo è già cominciato.

Ai bordi della pista, davanti a una piccola ricetrasmittente sistemata su un piedistallo che termina a imbuto, entrata ormai nella leggenda della nostra aviazione con il nome di «biga», il comandante delle Frecce Tricolori ascolta le voci dei suoi piloti in volo e tiene gli occhi puntati sulla linea dell’orizzonte. Alle sue spalle, alcuni pompieri avvolti in tute ignifughe simili a carta stagnola, si arrampicano sui mezzi antincendio per piazzarsi dietro ai cannoncini fumogeni.

Il tuono dei jet sembra ancora lontano, ma all’improvviso i velivoli riuniti in un’unica formazione arrivano come siluri a volo radente. Puntano sulla «biga», sfiorano la torre di controllo, e proprio sopra l’asse della pista eseguono un grande cerchio chiuso, un looping, lasciando dietro di sé una lunga scia di fumo tricolore. È la prima sorpresa del programma di volo, l’inconfondibile biglietto da visita della Pattuglia Acrobatica. In altre parole, il prologo di una scenografia astratta e difficile, fatta di figure geometriche tracciate nell’aria e legate insieme una all’altra in una sequenza che sembra una sfida continua alle leggi di gravità.

Dopo il looping i piloti infilano tutta una serie di manovre verticali e orizzontali, spingendo le «macchine» al limite delle loro possibilità. Virate, impennate, picchiate, volo rovescio e passaggi radenti. Tutto il repertorio classico di una disciplina che è la massima espressione del volo, con figure come l’Arizona, l’Apollo, il tonneau doppio, la celebre «bomba».

Per oltre 20 minuti, tanto dura la loro esibizione, tengono il pubblico con il fiato sospeso.

i Fiat G 91 della PAN in un passaggio a pochi metri dal suolo  La formazione base è di 10 elementi: 1 capoformazione, 8 gregari destri e sinistri, 1 solista che fa spettacolo nei «tempi morti» – Un passaggio delle Frecce Tricolori alla minima velocità di sostentamento, con luci accese, flaps e carrelli abbassati – L’apertura della «Arizona», figura di grande effetto creata dagli italiani – L’incrocio dell’Arizona con i velivoli in posizione «a coltello». Il programma acrobatico delle «Frecce» dura circa 20-25 minuti ed è di due tipi: «alto» o «basso», secondo la visibilità – L’apertura del ventaglio – Le Frecce Tricolori a bassa quota in montagna

Davanti il leader della pattuglia, «pony 1», un pilota di grande esperienza che guida la formazione. Dietro, incollati quasi ala contro ala, gli altri «pony», i gregari destri e sinistri. Per ultimo il solista, così chiamato perché vola da solo nei tempi morti facendo uno spettacolo nello spettacolo.

Chiusi nei loro abitacoli, la mano destra sulla cloche, quella sinistra sulla manetta, i piedi sui pedali per coordinare le virate, i piloti volano a vista senza mai guardare gli strumenti di bordo. I soli punti di riferimento sono alcuni precisi particolari del velivolo che sta davanti o accanto. Quando sono in formazione stretta si tengono a una distanza laterale di 2 metri e mezzo o 3, e sono sfalsati di un metro e mezzo circa.

Lo sforzo psichico e fisico cui si sottopongono è notevole perché l’acrobazia richiede una concentrazione assoluta. Non consente né un attimo di distrazione, né un minimo errore. Più forza usano, più «g» tirano, e più velocità imprimono ai velivoli. In pochi attimi, durante l’accelerazione (mentre la tuta, che all’interno contiene camere d’aria, si gonfia, premendo sul corpo per impedire che il sangue defluisca verso le gambe), affrontano escursioni di velocità che vanno da un minimo di 170 a un massimo di 400 nodi. Ogni volta che virano si sentono spinti con forza verso il sedile del seggiolino. Se danno «manetta» la velocità li schiaccia allo schienale. Quando fanno il volo rovescio la forza di accelerazione li spinge verso l’esterno, e vedono il verde dei prati al posto del cielo. Ma sono professionisti molto allenati, un «team» che molte aeronautiche straniere ci invidiano.

Una perfetta evoluzione a «rombo» dei G 91 della PAN. Quando volano in formazione stretta gli aerei si tengono a una distanza laterale di 2 metri e mezzo o 3, e sono «sfalsati» tra loro di 1 metro e mezzo circa. I piloti delle «Frecce» provengono tutti da reparti caccia e si allenano di continuo – La fantastica «bomba» della PAN – il comandante Salvi dirige dalla «biga» le evoluzioni dei suoi piloti – I Fiat G 91 della PAN mentre decollano in formazione sulla pista di Rivolto

Per lo Stato Maggiore dell’Aeronautica la pattuglia delle Frecce Tricolori si identifica con il 313° Gruppo Addestramento Acrobatico. Ufficialmente è nata il 1° marzo del 1961 nell’aeroporto di Rivolto. Conta 90 uomini in tutto: 14 piloti (comprese le riserve), 1 ufficiale addetto alle pubbliche relazioni, 2 ufficiali tecnici e gli altri sono tutti specialisti che hanno il delicatissimo compito di tenere i 20 Fiat «G 91» in dotazione sempre in perfetta efficienza.

Per definizione è un reparto da combattimento nel ruolo di caccia-bombardiere, ricognitore leggero. Due i compiti che le sono stati assegnati. Il primo è di assicurare l’appoggio aereo ravvicinato alle forze di terra, con voli di interdizione e ricognizione fotografica a vista. L’altro, quello per cui è diventata famosa, è di rappresentare l’aeronautica militare italiana nelle manifestazioni aeree.

Ha volato su tutti i cieli d’Europa. Ogni volta che si muove in Italia richiama più gente di quanta potrebbe contenerne lo stadio di San Siro. In Inghilterra, Francia, Olanda, Germania, dove l’acrobazia aerea è molto seguita, si è esibita, insieme a formazioni straniere, davanti a folle oceaniche di 300 e anche 400 mila persone.

«Tra i nostri emigranti è famosa come la nazionale di calcio», dice il colonnello Renato Rocchi, dal 1961 al 1978 responsabile delle pubbliche relazioni della PAN e autore di due libri sulla acrobazia aerea. «Per capire cosa rappresenta bisognerebbe seguirla almeno una volta all’estero e vedere le facce degli italiani riempirsi d’orgoglio quando i nostri ragazzi entrano in azione».

I piloti delle Frecce Tricolori provengono tutti da reparti caccia. Quando arrivano a Rivolto hanno meno di 30 anni e un minimo di 1000 ore di volo passate sui «G 91» o sugli «F 104». Sono professionisti che hanno maturato una lunga esperienza nei ruoli di bombardieri, intercettori, ricognitori o tattico ricognitori e che da almeno tre anni detengono la qualifica di «pronto al combattimento». Sono volontari, scelti dal comandante della pattuglia nei vari reparti dell’aero-nautica, dopo un sondaggio incentrato su quegli elementi che dimostrano una spiccata attitudine al volo acrobatico. In teoria, visto il grado di preparazione, tutti possono entrare nella PAN. Ma la selezione è inevitabile.

In media, ogni anno, solo 2 o 3 reclute varcano i cancelli del campo di Rivolto, per imparare tutti i segreti della acrobazia. Lasciano un reparto in cui si potevano considerare «arrivati», e per certi aspetti ricominciano tutto da capo. Iniziano con una serie di voli in coppia con un «anziano» del gruppo, poi gradualmente si addestrano al volo in formazioni di 3, 4, 6, 7, fino a 9 velivoli. Prima le figure elementari, come il decollo in ala, il diamante, la fila indiana, il cigno. Quindi quelle più difficili: dai loopinl, ai doppi tonneau, alla bomba.

Ma per arrivare a questo livello occorrono molti mesi di duro lavoro. Le Frecce Tricolori decollano infatti quasi ogni giorno. Da novembre a marzo per l’addestramento operativo, con voli di aerocoperazione, di ricognizione, voli notturni o di navigazione a bassa quota, tiri al poligono e combattimento aereo. Da aprile a ottobre si allenano al volo acrobatico.

«Qui si respira l’aria della vecchia aeronautica, ma non si improvvisa niente», precisa il tenente colonnello Corrado Salvi, dal 1978 comandante della PAN. «Siamo estremamente pignoli. Cerchiamo la punta del pelo nell’uovo. Studiamo per ore a tavolino qualunque cosa. Tutto in funzione della sicurezza e dello spettacolo».

Come tutti i piloti del mondo, prima di ogni volo, anche quelli della Pattuglia Acrobatica, fanno un «briefing». Una riunione mattutina che però, qui a Rivolto, si trasforma subito in una lezione di alta geometria.

Il capoformazione illustra il programma della giornata e commenta le varie fasi del volo del giorno prima. Muovendo le mani, quasi per disegnare nell’aria le varie figure, mette a fuoco tutti i vari momenti del programma. Dà consigli e suggerimenti a ciascuno dei suoi uomini. Il linguaggio è preciso, asciutto, da addetti ai lavori:

«Attenzione, a quel punto siamo un po’ svirgolati… tu in quella manovra eri un filo avanti… tu invece devi prendere un po’ più di gradino… la tua chiusura era stretta, devi cercare di livellare…».

Così per una buona mezz’ora davanti a una lavagna zeppa di schemi e di numeri. La lezione continua poi un’ora più tardi, quando i piloti tornano dal volo per il «debriefing» con il comandante, che da terra ha diretto l’esecuzione delle varie evoluzioni. È il momento della verità, quello del «voto».

E ancora una volta, figura dopo figura, si commenta ogni dettaglio. Ce n’è di nuovo per tutti:

«Il ventaglio mi sembrava troppo aperto… tu eri un po’ sprofondato… lui ha dato un paio di “botte”… tu nella “bomba” hai strappato… in quel punto non vi dico di guadagnare dei metri, ma dei centimetri…».

«L’addestramento al volo acrobatico non è pericoloso. Per i nuovi arrivati si parte da zero e si va avanti: il rischio è calcolato», sottolinea il maggiore Antonio Gallus, leader della pattuglia. «In formazione la vera difficoltà sta nell’essere simmetrici. Noi distribuiamo le manovre in modo che ciascuna avvenga nelle condizioni migliori per gli spettatori. Per aria, tutte le nostre “riunioni” hanno la caratteristica di essere eseguite in uno spazio limitato, a 45 gradi con l’allineamento della pista».

Una foto ricordo scattata di recente a Rivolto, davanti a un vecchio F84F (ridipinto a nuovo, per il piccolo «museo» all’aperto dell’aeroporto) in onore di Vittorio Cumin (al centro in tuta di volo), un «ex» dei Diavoli Rossi, ora comandante della base di Campoformido. Insieme a Cumin, sono: Montanari, (primo a sinistra), il colonnello Franzoi e il comandante Salvi – I Diavoli Rossi nel 1959. In piedi, da sinistra: Anticoli, Squarcina, Guida e, sotto, Albertazzi, Cumin, Ceriani – La prova dei fumi per i velivoli della PAN – Il capo hangar Paolo Cumini al lavoro – Il rifornimento – Un mezzo antincendio

Durante le manifestazioni, con visibilità buona, cioè non inferiore a 5.000 metri e nuvole oltre i 2.000, le Frecce Tricolori presentano il programma «alto». Se invece la visibilità è di 3 o 4 km, optano per quello «basso». Ma, in ogni caso, la preoccupazione è sempre la stessa: il pubblico e la ricerca della perfezione.

«Una delle figure più impegnative, non per il rischio, è il triangolo rovescio», aggiunge Gallus. «In questo caso gli aerei non sono sfalsati in quota come di solito, ma sullo stesso piano orizzontale, a 2 metri l’uno dall’altro. Tutti debbono avere la stessa distanza, altrimenti gli spettatori potrebbero notarlo. Ma per il pilota è difficile mantenere un’assoluta stabilità, anche per la sua posizione innaturale all’interno del velivolo: vola a 3 “g”, con la testa girata di lato, per guardare indietro. uno dei momenti in cui la sensibilità di guida, il “manico”, deve per forza venir fuori. Ancor più impegnativi sono poi il doppio tonneau e la bomba finali. Qui però, visto il tempo limitatissimo in cui avvengono le manovre, un eventuale errore non è così appariscente».

Per metà acrobati e per metà soldati, i piloti delle Frecce Tricolori sono stati dipinti in molti modi: «funamboli del volo», «eroi dell’ala italiana», «sestogradisti dell’aviazione supersonica», «ambasciatori in blu» dell’Italia.

Tra tante definizioni, coniate per esaltare i vari aspetti del loro lavoro, c’è però un luogo comune che è da correggere se si vuol cogliere la vera essenza della acrobazia collettiva. Pensando alle loro esibizioni, al rischio che corrono, alla folla che richiamano, molto spesso i piloti della pattuglia sono stati paragonati a quelli di Formula 1. Ma in realtà, anche se i punti in comune non mancano, la differenza è invece profonda:

«In pista i piloti di Formula 1 sono uomini in lotta tra loro per superarsi, per arrivare prima al traguardo», fa notare il capitano Massimo Montanari, 44 anni, il pilota più anziano della PAN. «Tra noi, invece, la chiave di tutto è la assoluta cooperazigme per raggiungere lo stesso obiettivo. Per educazione, mentalità, vita in comune noi siamo quasi come fratelli e ciò che ci lega di più è la fiducia reciproca. Senza di questa non si potrebbe volare. Io, quando sono lassù, gomito a gomito, so che la mia vita è nelle mani degli altri e quella degli altri nelle mie».

[ segue ]

Fabio Brovedani, gregario sinistro, si prepara al decollo – Il doppio tonneau, una figura tutta italiana – Una scolaresca, in visita a Rivolto, insieme ai piloti. Il 313° Gruppo delle Frecce Tricolori ha compiti anche militari: è un reparto da combattimento nel ruolo di caccia bombardiere, ricognitore leggero. L’aereo che ha in dotazione, il G91 PAN, è lungo m 10,29, con ali di m 8,56, km/h 1090.

Le 5000 ore di volo di «Massimino» Montanari

[ leggi articolo ]

Il chi è dei piloti

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Corrado Salvi

Ten. col. com. 313° Gruppo, ore di volo 3800. È di Conegliano, 40 anni. Ex accademista, ex istruttore ed ex com. 28° Stormo.

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Antonio Gallus

Magg., n. 1, leader, ore 4000. Cagliaritano, 41 anni, e da 19 pilota. È stato al 4° e 36° Stormo. Dal 1969 è alla PAN.

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Fabio Brovedani

Cap., n. 2, gregario sinistro, ore 1900. Triestino, 32 anni. Ex universitario, corso di pilotaggio in USA, poi al 51° e 102°.

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Giuseppe Liva

Cap., n. 3, gregario destro, ore 3200. Friulano, 33 anni. Prima alla scuola dell’Amendola, poi al Gr. di Brindisi.

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Vito Posca

Cap., n. 4, gregario sinistro, ore 2350. È di Lamezia Terme e ha 31 anni. Ex istruttore di volo, ex capoformazione 9° St.

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Diego Raineri

Cap., n. 5, gregario destro, ore di volo 1400. Trentenne, di Novara. Ex accademista a Pozzuoli, proviene dal 4° Stormo.

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Massimo Montanari

Cap., n. 6, primo fanalino, ore 5000. Romagnolo di Modigliana, 44 anni. Ex istruttore. È stato al 101 ° e 156°.

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Giovanbattista Molinaro

Cap., n. 7, gregario sinistro, ore 1550. È di Varese, ha 30 anni. Dal 6° Stormo è passato al 156° Gruppo Strike

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Gabriele De Podestà

Cap., n. 8, gregario destro, ore 1000. Nativo di Sappada, 28 anni. Dopo l’accademia, è passato al 4° e al 3° St.

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Sergio Valori

Cap., n. 9, secondo fanalino, ore di volo 2300. Toscano di San Sepolcro, 32 anni. Perito elettronico, proviene dal 32° St.

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Pietro Purpura

Cap., solista, ore di volo 3900. Siciliano, 44 anni. È pilota dal 1955. Proviene dal 103° Gruppo. Vola con la PAN dal 1964.

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