Ultimo aggiornamento: 28 Novembre 2019

Piercarlo Ciacchi è nato a Trieste il 18 ottobre del 1975. Ha vissuto a Santa Barbara, Muggia, fino alla conclusione degli studi alle scuole superiori.

di Matteo Unterweger
da ilpiccolo.gelocal.it, 1 marzo 2010 [ fonte ]

In Aeronautica

Tenente pilota della Pattuglia acrobatica nazionale, è entrato nell’aeronautica militare nel 1998 come pilota di complemento. Dal 2005 fa parte delle Frecce.

Il cinquantenario

Quest’anno ricorre il 50° della nascita della Pan, di cui fa parte anche il friulano Marco Lant, tenente colonello e neocomandante della Pattuglia. L’11 e 12 settembre è in programma un evento celebrativo alla base di Rivolto.

Da cinque anni ne è una delle colonne portanti. Così, a settembre, potrà celebrare anche lui nei cieli di Rivolto, pilotando il suo Mb339, il cinquantesimo anniversario dalla nascita della Pan. Cioè la Pattuglia acrobatica nazionale. Le Frecce tricolori di cui Piercarlo Ciacchi, triestino di nascita e muggesano doc, fa parte. Per lui volare è routine, ma ora per andare in vacanza sceglie l’auto visto che sull’aereo ci sale ogni giorno.
Ciacchi, come ha fatto a entrare nella Pan?
È qualcosa che può avvenire dopo alcuni anni nella vita di un pilota, non ci si arriva subito, direttamente. Un pilota militare della Pan deve essere prima di tutto un pilota dei reparti jet dell’aeronautica militare. La sua formazione è articolata.

Cioè?
Io per esempio nel 1998 ho frequentato per un anno l’accademia a Pozzuoli per diventare pilota di complemento. Poi c’è stato il periodo di volo basico a Latina, dopo ancora la scuola internazionale della Nato in Texas, dove sono rimasto per un anno e mezzo. Nel 2000 sono tornato in Italia e ho ottenuto la qualifica di pilota militare, esprimendo il desiderio di diventare pilota intercettore sull’F104. Un ruolo che mi è stato assegnato.

A quel punto, corsi finiti?
No. Gli aerei non sono come le macchine, che se ne guidi una le sai condurre tutte. Per ogni aereo c’è un corso: per l’F104 a Grosseto. Alla fine sono stato assegnato alla base di Trapani. Nel 2001, per tutto il periodo fino all’arrivo in Pan, ho volato come intercettore sul velivolo F104 prima e F16 poi, cioè pattugliando lo spazio areeo italiano, che ha dei confini proprio come ne esistono a terra.

Le è mai capitato di intercettare un aereo non autorizzato al volo nei cieli italiani?
Certo. Ma si è trattato sempre di situazioni di routine. Un po’ come i carabinieri quando fermano auto sospette. Non ci sono mai stati casi pericolosi, ma aerei da identificare o scortare, con personalità importanti a bordo. Dall’F104 nel 2005 siamo passati all’F16 acquistato dagli Usa: così, nel 2004, c’è stato bisogno di un altro corso per la transizione, negli Stati Uniti. Poi…

…è arrivata l’occasione delle Frecce…
I piloti jet, cioè quelli che conducono caccia o caccia bombardieri, possono esprimere una volta sola in carriera la volontà di far parte della Pan. Io già da bambino seguivo sempre le Frecce, con i miei andavamo ogni anno a Lignano a vederle: era l’evento culminante della nostra estate. Con la mia famiglia, fin da piccolo, viaggiavo molto: a quattro anni sono salito per la prima volta su un aereo, restandone affascinato. Far parte delle Frecce tricolori era un mio desiderio da sempre. In carriera, dicevo, dopo sei-sette anni di esperienza, di solito, attraverso un bando, si ha la possibilità di presentare domanda. Tra il 2004 e il 2005 l’ho fatto, e sono stato selezionato. Ogni anno uno o due elementi della pattuglia cambiano: i nuovi sono scelti proprio dagli altri componenti.

Quindi ogni pilota delle Frecce rischia di essere sostituito da un anno all’altro?
Ogni anno puoi essere legittimamente sostituito: quello nella Pan è un periodo più o meno breve nella carriera di un pilota, in cui si fa rappresentanza. Ne siamo tutti consapevoli, è chiaro dall’inizio. Il processo interno è simile a quello di una ruota che gira, con il cambio di posizioni interne: alla fine c’è un incarico che cessa. Se non si tratta di posizioni chiave, come il solista, il numero sei (il pilota che guida l’aereo al centro dello schieramento, responsabile della separazione e del rincongiungimento dei velivoli,ndr), o di capoformazione e comandante, che rimangono in formazione anche per 10-11 anni. Negli altri casi, per i gregari, la permanenza dura qualche anno in meno.

Ma la Pan non è solo piloti. Quanti siete in tutto?
La Pattuglia è un ente delll’aeronautica militare, come piloti siamo 10 più il comandante che, durante le esibizioni, ci guida da terra in costante contatto visivo e radio. Attorno abbiamo uno staff di circa 90 persone.

Lei adesso che ruolo occupa?
Ho cambiato finora tutte le posizioni dell’ala destra, di anno in anno. Per la seconda annata sono secondo gregario destro.

Com’è la vita di un pilota delle Frecce tricolori?
Il nostro è un lavoro estremamente impegnativo, anche dal punto di vista della vita privata. Basti pensare che, da maggio a ottobre, restiamo a casa il martedì e il mercoledì mentre mogli e compagne magari non lavorano il sabato e la domenica. Il che significa che non ci si vede quasi mai. Per questo le nostre partner, nel mio caso la mia compagna Jasmine, le famiglie, sono fondamentali nel capire la situazione e sostenerci: ci aiutano a mantenere quell’equilibrio e quella tranquillità fondamentali per un pilota. Operativamente, per noi l’anno si divide in due stagioni: in primis quella estiva, da maggio a ottobre, il periodo acrobatico, quando siamo impegnati più o meno ogni fine settimana in air show in località diverse in Italia, Europa e nel mondo.

Andate in tour come le rock star?
In un certo senso… Non dimentichiamo che la Pan è amministrata da noi, che curiamo anche l’attività gestionale della Pattuglia, ma siamo sempre dipendenti del ministero della Difesa che sceglie le destinazioni per le esibizioni. Il pilota nelle Frecce comunque non fa solo il pilota.

L’altra fetta dell’anno?
Sì, la stagione invernale: dopo le ferie di ottobre, ricominciamo con l’addestramento invernale da novembre all’inizio di maggio. Serve a preparare la nuova formazione.

Come?
Effettuiamo dai due ai quattro voli al giorno. Non si tratta solo dei nuovi piloti, ma anche delle nuove posizioni occupate: non sono intercambiabili l’una con l’altra, infatti. Prima si prova con due, tre aerei alla volta, poi a marzo si arriva a nove. Infine, a dieci, tutti assieme. È un processo lungo e meticoloso.

A che velocità arrivate in volo?
Sui 650 chilometri orari, nel nostro programma. L’Mb339, il nostro velivolo, non è un aereo supersonico: è un biposto, maneggevole, adatto all’addestramento.

Ha mai paura lassù?
È difficile avvenga. Si ha paura delle situazioni che non si conoscono. Per l’addestramento cui siamo sottoposti si conosce tutto nel dettaglio, anche le procedure di emergenza.

C’è stato qualche episodio in cui a bordo qualcosa è andato storto?
Diciamo di sì. Ma sono eventi rari, che difficilmente hanno un esito incognito per noi. Con l’F104 mi ricordo di un’avaria ai comandi di volo che avevano portato l’aereo a comportarsi in modo non standard. Ma, applicata la relativa procedura d’emergenza, tutto è andato a posto.

Scusi, ma per andare in vacanza sceglie l’aereo o preferisce l’auto?
Forse subentra la sindrome del pilota… Viaggiare da passeggero è una cosa diversa. Privatamente giro molto meno di una volta, alla fine mi sposto in auto: non perché non consideri gli aerei sicuri, ma viaggiando molto per lavoro apprezzo il tempo trascorso a casa. Almeno una o due volte al mese torno a Muggia, da genitori e amici. Io e Jasmine poi abbiamo una barca: andiamo lungo le coste dell’Adriatico, in Istria.

Si è mai dovuto lanciare con il paracadute?
Durante l’addestramento non si fa. È come l’airbag per le auto: non lo si prova. Il sedile eiettabile è l’ultima strada se il controllo del velivolo non è più recuperabile.

Le vostre evoluzioni in cielo si basano su numeri e coordinate precise?
No, non usiamo gli strumenti, la regolazione è solo visiva. Tra aerei si arriva a distanze sotto i due metri l’uno dall’altro. Teniamo gli strumenti sempre sotto controllo, ma quelli riguardano il corretto funzionamento del velivolo.

C’è qualche trucchetto per mantenere la giusta distanza visto che non ci sono margini d’errore?
Sono tecniche, non trucchi. Si fissano dei punti ben precisi tra l’ala e la fusoliera dell’aereo che si prende come riferimento. Inoltre, la Pan è una delle poche pattuglie che utilizza la tecnica della correzione di prospettiva: la nostra posizione in volo non è mai fissa come può sembrare. Siamo continuamente in movimento tra noi e capita che i gregari a destra siano in realtà più stretti di quelli a sinistra o viceversa per far vedere sempre la figura simmetrica dal punto di vista del pubblico.

Un’ultima curiosità. Da giovane, non è che soffriva di vertigini?
No. Però, a me per esempio non piace fare roccia o arrampicata, invece mi sento a mio agio in volo, seduto al mio posto. Non è detto, comunque, che un pilota non possa soffrire di vertigini…

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